Ossimoro
Figura retorica che unisce in un'espressione compatta due termini di significato opposto.
Ultimo aggiornamentoL'ossimoro è una figura retorica che accosta due parole o idee in apparenza contraddittorie, creando un'espressione compatta la cui tensione interna genera un significato nuovo. La parola stessa è un ossimoro: viene dal greco oxýs («acuto») e morós («ottuso»). Espressioni come «silenzio assordante», «morte vivente», «crudele gentilezza», «dolceamaro» o, nella storia politica italiana, le «convergenze parallele» costringono il lettore a tenere insieme due concetti opposti nello stesso istante, e producono un senso che nessuna delle due parole potrebbe raggiungere da sola.
Shakespeare amava particolarmente gli ossimori. In Romeo e Giulietta il discorso di Romeo ne è pieno: «O amore rissoso, o odio amoroso... o pesante leggerezza, seria vanità». Queste contraddizioni condensate esprimono alla perfezione la confusione e l'intensità della passione giovanile. In 1984 gli slogan del Partito immaginati da Orwell, «La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza», sono ossimori estesi che racchiudono la logica del bipensiero totalitario. Nel Paradiso perduto Milton descrive l'Inferno come un luogo di «tenebre visibili»: l'ossimoro è diventato un'espressione celebre in sé, ed evoca un buio così profondo da diventare, paradossalmente, percepibile.
L'ossimoro funziona meglio quando coglie una complessità reale che il linguaggio lineare non sa esprimere. «Dolceamaro» resiste nel tempo perché l'esperienza emotiva che descrive, gioia e dolore intrecciati, è vera e familiare a tutti. Evita gli ossimori soltanto ingegnosi, che non illuminano nulla: rischiano di sembrare vuoti giochi di parole. Quando nella tua storia un personaggio o un momento sembra incarnare qualità contraddittorie nello stesso tempo, un ossimoro può essere il modo più onesto ed economico per dire quella verità. Gli ossimori migliori sembrano meno paradossi e più descrizioni esatte di un mondo che è contraddittorio di suo.