Forma attiva e forma passiva
La distinzione tra frasi in cui il soggetto compie l'azione (forma attiva) e frasi in cui il soggetto la subisce (forma passiva).
Ultimo aggiornamentoNella forma attiva il soggetto compie l'azione: «Il detective aprì la porta». Nella forma passiva il soggetto la subisce: «La porta fu aperta dal detective». Nella narrativa si preferisce in genere la forma attiva, perché è più diretta, più energica e più coinvolgente: mette in primo piano chi agisce, e questo corrisponde alla sostanza stessa del raccontare, che è fatto di personaggi che fanno cose. La forma passiva, invece, mette l'accento sull'azione o su chi la subisce, e così può nascondere chi agisce e rallentare la prosa. In italiano il passivo ha anche una forma più leggera, il «si» passivante («si aprì la porta»), che ha effetti simili: l'agente scompare.
The Elements of Style di Strunk e White raccomanda notoriamente la forma attiva, e quasi tutti i manuali di scrittura moderni ripetono il consiglio. Nel Vecchio e il mare Hemingway usa quasi solo costruzioni attive: tira la lenza, colpisce il pesce, affonda l'arpione. L'attivo, martellante, crea un contatto diretto con la realtà fisica. Chi scrive bene sa però che anche il passivo ha i suoi usi legittimi. In 1984 Orwell ricorre a costruzioni passive per rendere la natura disumanizzante della burocrazia totalitaria: «Fu deciso che...» cancella chi ha preso la decisione, ed è proprio questo il punto.
La regola non è eliminare del tutto il passivo, ma usarlo con intenzione. Il passivo è appropriato quando l'agente è sconosciuto («La finestra era stata rotta»), quando chi subisce l'azione conta più di chi la compie («Il presidente fu assassinato») o quando vuoi ottenere un preciso effetto di distacco o di impotenza. In revisione, cerca le costruzioni passive e chiediti se ognuna si guadagna il suo posto. Se la versione passiva nasconde chi agisce o toglie energia alla frase, riscrivila all'attivo. Se invece ha uno scopo preciso, tienila.