La checklist di redazione (copyediting): coerenza prima dell'invio
La redattrice mi ha rimandato il manoscritto con quarantuno note prima ancora di toccare un solo problema di trama. Non «perché la tua protagonista perdona così in fretta la sorella?», che era una domanda vera e che qualcuno avrebbe dovuto farmi. Quarantuno note su «ed» ed «e» davanti a vocale alternati senza criterio, sulla mia città inventata che a pagina 40 si chiamava Kethra e a pagina 212 Kethera, su un personaggio che al capitolo due controllava il «cellulare» e al diciannove lo «smartphone». Avevo letto quel manoscritto almeno sei volte. Non avevo notato nemmeno una delle quarantuno.
Ecco che cos'è davvero il copyediting, ed è facile confonderlo con i due mestieri che gli stanno accanto. L'editing di sviluppo si chiede se la storia funziona. La correzione di bozze scova l'ultimo refuso quando tutto il resto è già chiuso. Il copyediting sta nel mezzo, e il suo unico compito è la coerenza: verificare che ogni scelta, voluta o casuale, sia stata fatta allo stesso modo ogni volta che si ripresenta.
Nessuno se ne accorge quando questo passaggio va bene.
Tutti se ne accorgono, in un modo sottile e difficile da definire, quando va male.
Benjamin Dreyer, che ha diretto l'ufficio redazionale di Random House per vent'anni prima di scrivere Dreyer's English, lo dice senza giri di parole: chi fa redazione non è lì per imporre al tuo libro un inglese «corretto», ma per fare in modo che il libro sia d'accordo con se stesso. Mary Norris ha passato più di trent'anni nello stesso ruolo al New Yorker e ha scritto un intero memoir, Between You & Me, su quanto questo lavoro sia invisibile di proposito: il lettore deve notare solo la storia, mai le cuciture. Questa checklist non sostituisce nessuno dei due, né il professionista a cui alla fine ti affiderai. Ma ti ci farà arrivare con molte meno delle quarantuno note che ho ricevuto io.
Prima di tutto, prepara un foglio di stile
Il foglio di stile è un documento vivo che raccoglie ogni scelta che il tuo manoscritto deve fare più di una volta. Senza, rifai ogni scelta da capo, sul momento, e finisci per cambiarla senza accorgertene.
Cerca nel manoscritto ogni nome proprio non appena noti che ricorre. Il mio pasticcio Kethra/Kethera è nato perché non avevo annotato quel nome da nessuna parte, se non nella storia stessa, dove potevo sbagliarne la grafia senza mai vedere le due versioni una accanto all'altra.
Scegli una regola, per esempio solo davanti alla stessa vocale («ed era», «ad andare»), e mantienila per tutto il libro. Una ricerca di «ed» e «ad» ti mostra quasi tutti i punti in cui hai sgarrato.
Il Chicago Manual of Style, il riferimento dell'editoria americana, scrive in lettere i numeri da zero a cento e usa le cifre oltre; molte case editrici fissano invece la soglia a nove. Vanno bene entrambe. Cambiare a metà capitolo no.
Email o e-mail. Cellulare o telefonino. Weekend o fine settimana. Nessuna di queste scelte è sbagliata. Lo diventano tutte la seconda volta che ne fai una diversa.
Grammatica e punteggiatura uguali dall'inizio alla fine
Una scena che scivola dal passato al presente e ritorno senza alcun segnale non è sperimentale: è la spia di un capitolo scritto in più sedute e mai armonizzato.
Cormac McCarthy ha eliminato del tutto le virgolette, in ogni libro, per tutta la carriera: una scelta davvero anticonvenzionale che risulta sicura di sé proprio perché non le ha mai usate per abitudine, nemmeno una volta. Qualunque cosa tu scelga, sceglila una volta e falla valere ovunque.
Corsivo per il pensiero diretto, tondo per quello indiretto. Fissa la regola, poi cerca ogni occorrenza e confrontala con la regola, non con il ricordo di cosa volevi fare.
La lineetta per una battuta troncata da un altro personaggio, i puntini di sospensione per una voce che si spegne da sola. Alternarli a caso dà un'impressione di sciatteria anche quando il lettore non saprebbe dire perché.
Misure, orari e formattazione restano fissi
Chilometri o miglia, chili o libbre. Un romanzo fantasy inventa le sue unità proprio per questo: in una storia contemporanea e realistica scegli un sistema e non lasciare mai che un personaggio ragioni nell'altro.
«Le tre del pomeriggio» o «le 15:00», mai entrambi sulla stessa pagina senza motivo. Giorni della settimana, date ed espressioni orarie vanno anch'esse nel foglio di stile.
Se il primo capitolo ha un titolo e il secondo solo un numero, è una scelta strutturale voluta oppure una svista. Sappi quale delle due, prima che debba indovinarlo il lettore.
Rileggilo come farebbe davvero un redattore
Atul Gawande è un chirurgo, non un redattore, e il suo libro Checklist. Come fare andare meglio le cose parla di sale operatorie, non di manoscritti. Il suo ragionamento vale anche qui, quasi senza adattamenti: la competenza non protegge dagli errori di memoria e di attenzione, e il rimedio non è mai «sforzarsi di ricordare meglio». Il rimedio è una lista esterna che segui davvero, in ordine, ogni volta, perché l'alternativa è fidarsi dello stesso cervello che ha già letto il libro sei volte e si è perso quarantuno cose.
Una ricerca per regola. Una rilettura generica coglie forse un terzo di quello che coglie una ricerca mirata, perché l'occhio scivola sullo schema che è abituato a vedere.
Tu sai già che cosa intendevi. Un secondo lettore sa solo quello che c'è sulla pagina, ed è proprio questa distanza che un redattore è pagato per colmare.
Se il personaggio del padre perde una mano al terzo capitolo e al ventunesimo si allaccia le scarpe con tutte e due, quello è un errore di continuità, un lavoro del tutto diverso. Il copyediting non lo troverà, e non deve nemmeno provarci. Va affrontato nei passaggi strutturali precedenti di una checklist di revisione completa, prima ancora di porsi il problema della coerenza.
Toni Morrison ha lavorato come editor da Random House per quasi vent'anni prima che il mondo la conoscesse come romanziera, ed è un fatto che trovo stranamente consolante nei giorni in cui il copyediting mi sembra la parte meno creativa di tutto il processo. Non è creativo. Non deve esserlo. Il mio manoscritto è tornato da quella redattrice una seconda volta accompagnato da un foglio di stile, ed è tornato indietro con quattro note invece di quarantuno: tre su una regola delle virgole che sinceramente non sapevo esistesse, e una su Kethra, che chissà come era tornata Kethera, una volta, in una pagina che avrei giurato di aver già corretto.
Tieni il foglio di stile accanto al manoscritto, non in un documento separato che dimentichi di aprire. In Plotiar le note e il pannello Lore restano accanto alla pagina mentre scrivi, così la grafia di un nome o una regola di formattazione sono a un clic, invece che in una ricerca che continui a rimandare. Provalo gratis.